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Oggi mi alleno, domani ringiovanisco

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Dal punto di vista puramente biologico, l’essere umano raggiunge l’apice della vitalità intorno al ventesimo anno di vita: da quel momento in poi, che lo si voglia o meno, ogni funzionalità comincia a subire un progressivo deterioramento. Quindi è tutto perduto? ASSOLUTAMENTE NO. I fattori genetici hanno la loro parte di responsabilità, ma lo stile di vita gioca un ruolo altrettanto fondamentale nel processo di invecchiamento.

Età anagrafica vs Età biologica

É un dato di fatto: gli anni che abbiamo sono una grandezza piuttosto relativa, in quanto rispecchia solo fino a un certo punto la nostra efficienza fisica e mentale. Quante volte ci è capitato di conoscere ottantenni arzilli e svegli come dovrebbero essere i ventenni e ventenni che al contrario sono, come si suol dire, “vecchi dentro”? Questa bizzarra ma diffusissima percezione si spiega proprio nella differenza tra età anagrafica e età biologica: la prima dice gran poco sulle nostre reali condizioni di salute e vitalità, mentre la seconda rivela l’autentica condizione di invecchiamento del corpo. A influenzarla contribuiscono molteplici fattori, sia genetici, sia clinici (pressione sanguigna, livello di colesterolo, livello di glicemia) che derivanti dal nostro stile di vita: attività fisica, alimentazione, sovrappeso, fumo, stress. Cosa ci suggerisce tutto questo? Il modo in cui scegliamo di vivere può incidere molto nel ritardare il processo di invecchiamento.

Muoversi come l’Uomo di Neanderthal: la miglior strategia anti-aging

Nel Paleolitico, chi riusciva a immagazzinare e a sfruttare al meglio l’energia ricavata dal cibo e a muoversi nella maniera giusta era enormemente avvantaggiato per la sopravvivenza. I nostri antenati infatti si distinguevano per l’ottimizzazione di:
funzionalità cardiaca;
approvvigionamento di ossigeno;
– velocità di trasmissione nervosa;
immagazzinamento di energie nel fegato e nei tessuti adiposi e utilizzo di questa energia per il lavoro del muscolo;
coordinazione.
Tutte queste funzioni influiscono positivamente sul trasporto di ossigeno e sulla trasformazione di glucosio e grassi in energia utile all’organismo. Oggi tali caratteristiche differenziano coloro che praticano regolarmente attività fisica da coloro che invece si allenano sporadicamente o non si allenano affatto. Ovviamente i geni che definiscono la struttura di cuore, polmoni, vasi sanguigni, nervi e muscoli vengono ereditati, ma se un organo non viene tenuto costantemente in esercizio, attivato e stimolato, comincia a regolare la propria efficienza su parametri progressivamente inferiori.

Ottimizzare il circolo nei vasi sanguigni per contrastare l’invecchiamento

Le cellule-E (endoteliali) rivestono le pareti vascolari ed hanno un ruolo importante sia come barriera che nel rifornimento di sangue a tutte le cellule dell’organismo. Senza questo approvvigionamento di nutrienti e ossigeno, senza i processi rigenerativi, senza la produzione di ormoni, enzimi e altre sostanze molto importanti, il nostro organismo andrebbe incontro a un decadimento totale. In che modo quindi l’attività fisica può preservare il prezioso lavoro delle cellule-E? Ogni sforzo fisico accelera il battito cardiaco: il primo valore della pressione, quello sistolico, si innalza, e il sangue circola a velocità più elevata attraverso il sistema vascolare. Questo aumento di velocità della circolazione sanguigna crea una forza che esercita una pressione meccanica sulle cellule-E e in un certo senso le “risveglia” producendo due effetti: i vasi si dilatano e l’irrorazione sanguigna migliora. A questo punto gli organi, ossigenati a dovere, sono pronti ad operare in modo intenso, efficace ed economico.

Oggi mi alleno, domani ringiovanisco

In uno studio condotto nel 2000 dal gruppo di ricerca di Christopher DeSouza, fisiologo della University of Colorado Boulder, è emerso in modo davvero lampante lo stretto legame che intercorre tra attività fisica ed elasticità dei vasi sanguigni. Alla base dello studio c’erano i dati di due gruppi di soggetti maschi di età e preparazione atletica differente. Per determinare l’elasticità vascolare, DeSouza iniettò una sostanza vasodilatatrice nei vasi sanguigni di queste persone in concentrazione sempre più crescente. Come ipotizzato, i vasi dei più giovani reagirono in modo molto più intenso rispetto a quelli dei trentenni, ma questo si verificò solo nei soggetti non allenati. Negli individui più avanti con gli anni (sessantenni e settantenni) che rivelavano una buona forma fisica, la reazione vascolare risultò uguale a quella dei soggetti più giovani. In sostanza lo studio dimostrò che, stimolando regolarmente l’endotelio attraverso il movimento, si può davvero combattere il progredire dei processi di invecchiamento.
Non vi sembra una promessa in grado di motivarvi a vincere la pigrizia e a iniziare ad allenarvi? 🙂

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